Cartapesta

*
C’e’ una strada di carta
e un sole di cartone
un bosco con segatura e colla
pitturato su una tela
incorniciata
di legno dorato
voli di gabbiani in carta velina
sotto un mare di acqua salina
Pesci di cartoncino che nuotano
sempre
non si stancano e non si arrendono mai
e un aereo in plastica che vola
in un cielo colorato di pastello
Fili intrecciati di lino appesi
alla luna sospesa in cielo di cartone nero
come un disco di plastica bianco
E ora soffia aria sopra questo scritto
sentirai anche il vento
in questa opera di cartapesta
che non fa rima e non si spezza
anche se nervosa e tesa
guarda le frasi come cedono alle rime
perse.

Annunci

Forse un sogno

*
Con un bicchiere in mano di whiskey seduta in fono la sala
sta la signora vestita di nero dalla testa ai piedi,il viso bianco il rimmel nero gli occhi blu ,il rosso del rossetto,mi guarda e mi invita a fare altrettanto a bere. Mi avvicino,ha la sigaretta tra le mani,il fumo sale fino ai suoi occhi di un blu enorme. Mi seggo,ci siamo solo io e lei e nessun altro. Ha le calze nere,le gambe lunghe e i tacchi alti. Sara’ alta un metro e ottanta.
Si toglie la scarpa e sento il suo piede affusolarsi alla mia gamba fin ad arrivare sopra la mia coscia. Vuole un massaggio. Gli prendo il piede con la mano e massaggio vigorosamente. Tutto avviene in silenzio,solo sguardi e nessuna parola. Il locale e’ vuoto,solo una musica jazz dalla radio arriva come sottofondo.
Rimette via il piede, e accenna ad un sorriso,beviamo dai nostri bicchieri il whiskey e poi ci alziamo. L’aiuto a coprirsi con il mantelo nero e usiciamo sulla stradina buia e fredda.
Nemmeno una parola,nemmeno un sorriso,silenzio. Non c’e’ bisogno di parlare- Chiamo un taxi,saliamo e l’accompagno a casa. Esce dal taxi,si avvia verso il portone di casa. Entra.Io rimango nel taxi e ritorno a casa mia.Non la vedro’ mai piu’. Fine.

La gatta

*
C’era una gatta di nome Lola dal pelo grigio e tigrato e dagli occhi gialli che in inverno stava sempre sul termosifone e controllava tutto,oppure si infilava sotto il letto lontano da tutti per non essere disturbata.Il piu’ delle volte durante il giorno dormiva. Era grassoccia e invecchiata,settanta anni portava,circa 15 anni dei nostri aveva e con gli occhi Lola ancora guardava bene. Quando miagolava voleva mangiare,lenta lenta andava al suo angolo a cenare,dopo, non si sapeva piu’ che fine faceva, gironzolava per la casa ma nessuna la vedeva dove si nascondeva. Era riservata,altezzosa e solitaria e con questi modi sembrava lei la padrona di casa. Ad un certo punto ritornava sul termosifone dove vi era un piccolo cuscino giallo mentre gli altri guardavano la televisione. Lola inoltre aveva un collarino di colore rosso velluto consumato con un campanellino. A volte quando la chiamavi Lolaaaaa,Lolaaaaa, nemmeno si muoveva,pensava ecco un altro che mi vuole usare come una coperta, con il cazzo che ci vado.Come lo diceva? Con il pensiero trasmetteva. Lola anche se vecchia non era scema.Anche se ultima in casa nella famiglia Battistini era considerata come una di famiglia in tutto e per tutto.In quella casa erano sette persone,otto con Lola la gatta sul termosifone. Quando a casa veniva gente che salutava,dicevano sempre e Lola dova sta’? Il bello e’ che quando veniva gente Lola gia’ era scappata.Intuiva, prima che le persone suonassero il campanello di casa,intuiva che sarebbe stata presa e rivoltata come un calzino per giocarci come un peluche.Era furba Lola.

L’importanza del riccio

*
Ogni volta che sento in lontananza i rintocchi delle campane della chiesa il mio primo pensiero va al pranzo della domenica. Sempre stato cosi. Quel bel tavolo rotondo apparecchiato con una tovaglia bianca,le posate in finto-argento pesante ben disposte, i bicchieri in cristallo per l’acqua e il vino,i tovaglioli di cotone con l’anello in legno al centro,i piatti in porcellana di varie misure,le orecchiette fatte con acqua e farina a mano e sistemate su un piano in legno,il profumo del sugo al ragu’,o la lasagna fatta in casa,dell’abbacchio arrosto con le patate o l’agnello,l’antipasto misto di salumi e formaggi,la pizza bianca appena sfornata del panettiere,gli amari in un angolo,la torta alla crema nel frigo,quel brusio nella sala da pranzo che rilassa,gli occhi che guardano con avidità,il silenzio fuori mentre anche gli altri paesani stanno a pranzo,il sole alto e l’azzurro del cielo. Le risate mentre si mangia per il piacere che si ha.Il pisolino dopo pranzo,l’uscita pomeridiana per un gelato o la granita di caffè con panna,i baci con la lingua verso la fresca sera, le tue cosce e i piedi nudi appoggiati sul cruscotto della macchina per il rientro in città.La pace,la domenica nel paese.
*
Ma il titolo del post cosa c’entra? Niente,per attirare l’attenzione e un omaggio involontario al titolo del libro – L’eleganza del Riccio – che non ho mai letto.

Sabato mattina

*
Il mattino ha l’oro in bocca.I sogni lo hanno,l’odore di caffe’ nelle stanze di prima mattina,anche il caldo delle coperte con te nel letto ha l’oro, le tue cosce e i tuoi piedi nudi hanno l’oro,quel silenzio che sembra domenica e’ oro,quella luce invernale ricca di sole e’ come se fosse oro che illumina,l’affacciarsi sull’uscio di casa e vedere la distesa di campi e’ oro,il rumore dell’acqua che sgorga dal rubinetto del lavandino di prima mattina e’ oro,anche la pelle illuminata dai raggi solari sembra che riflette oro. C’e’ oro intorno a noi e non lo vediamo. A volte diventa ottone.

Il Diavolo

*
TRa risate e baldoria dentro la villa semi diroccata,dei primi del XVIII sec ,una volta alla settimana gente di alto rango si riuniva per smorzare quella vita fatta di stress che conducevano ogni giorno. Vita dedita ad affari loschi e ben remunerati. Un giorno a settimana quindi relax e baldoria come si deve. Una sera, tra feste e candele accese, il vino della comitiva finì tutto. E tutti si ammutolirono perche’ il succo dell’uva e della felicità era finito. Il barone Vattelanppesc si diede da fare per ordinare la sera stessa delle damigiane e botti di vino rosso di qualità. Detto e fatto.
Un garzone smilzo dagli occhi luciferini bussò alla villa in piena baldoria e scarico’ il vino. Bevvero’ a piu’ non posso,ma ad un certo punto tutti i presenti in un colpo solo si adagiarono a terra o sui letti o sui divani. Bianchi in viso come cenci e con gli occhi rossi e gonfi fuori dalle orbite caddero’ a terra come marionette senza fili. In men che se ne dica il silenzio avvolse ogni cosa. Solo il suono del vento si udiva che batteva sugli infissi del salone e delle camere dove tutti i corpi giacevano senza vita. La morte era entrata nella villa e li aveva fatti fuori a uno ad uno. Il vino dello smilzo era avvelenato. A notte fonda il garzone ripasso’ in villa e si prese le anime ad una ad una gettandosele dietro le spalle,dentro un sacco nero. Il diavolo era riuscito, travestito da garzone nella sua opera di raccattare e portar via con se queste anime perse, dedite alla lussuria e scaricarle negli inferi per sempre.